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IL POTERE DEI SOGNI

 

LE RADICI ANTROPOLOGICHE DELLE TERAPIE IMMAGINATIVE

 

Se è vero quanto affermava Jung che la psiche è immagine e tutta la vita psichica è un immaginare, non saremmo affatto sorpresi di incontrare tracce dell’immaginazione umana fin dai primordi dell’umanità e di riscontrare forme di attività immaginativa nella medicina più arcaica.

Sappiamo da Aristofane che il paziente si metteva in posizione sdraiata, le luci venivano oscurate e i neocori invitavano al silenzio e al riposo. E qui abbiamo una prima indicazione tecnica, che mantiene intatto il suo valore a distanza di 24 o 25 secoli: buio, silenzio e sonno dicono che le esperienze immaginative avvengono in uno stato di introversione.

 

Non sappiamo con esattezza quali mezzi venissero usati per indurre il sonno, ma sappiamo che si recitavano formule rituali, si suonavano strumenti ritmici, si facevano fumigazioni di incenso, alloro e altre erbe. Non sempre si trattava di sogni notturni, ma sempre si trattava di immagini, apparse in uno stato di rilassamento.

Il guaritore poteva essere una persona fisica (il sacerdote) o un’immagine fantastica (il dio).

Molti secoli più tardi, terapie immaginative che noi diciamo moderne suggeriscono immagini altrettanto dirette. La terapia ipnotica e quella cognitiva, ad esempio, impiegano spesso immagini, che riproducono fedelmente situazioni reali: in ipnosi si fa immaginare un impacco freddo sulla fronte per ridurre la cefalea; nel comportamentismo si fa immaginare a un paziente claustrofobico di prendere l’ascensore.

Riscontriamo qui una caratteristica saliente della fenomenologia immaginativa: rappresentazioni dirette e precise di una situazione producono modificazioni corrispondenti. Tecniche di preparazione sportiva (mental training), di preparazione al parto, di miglioramento delle performances scolastiche e altre ancora impiegano le immagini mentali esattamente in questo modo.

 

Così le pratiche immaginative arcaiche prospettano un ulteriore criterio valido anche per le terapie immaginative attuali: lo scenario può riprodurre situazioni realistiche o, più spesso, può dipingere una situazione in forma simbolica.

Sorgono questioni teoriche e operative interessanti. Ad esempio, molte terapie immaginative invitano a immaginare l’ascesa su una montagna; si tratta di un’immagine diretta, che affina le prestazioni di uno scalatore; di un’immagine allegorica, che lavora sulle capacità resistenza e di perseveranza nel perseguire uno scopo; o di un’immagine simbolica, che mette a confronto con la figura paterna (alta e imponente) e con tutti gli sforzi successivi per “elevarsi”?

 

Qualche riflessione in merito viene sollecitata da una pratica immaginativa in uso presso gli Indiani delle Grandi Pianure, in modo particolare gli Sioux. Questa pratica mostra in maniera abbastanza chiara come, in certe condizioni, un’immagine reale compia un salto qualitativo e divenga immagine simbolica, trasformando la persona.

Si trattava di un’esperienza complessa, che ogni uomo compiva almeno una volta nella vita; talvolta anche di più, ma sempre in momenti esistenziali cruciali.

Il rituale iniziava nella capanna purificatoria (inipi), dove si compivano riti di purificazione con il fumo, con l’acqua e con una sudorazione forzata; concorreva alla modificazione dello stato di coscienza anche una serie di mortificazioni fisiche cui il soggetto si sottoponeva.

La ricerca della visione avveniva in cima a un monte, nel più completo isolamento. Veniva scavata una “buca della visione”, da dove la persona rivolgeva le sue lamentazioni e le sue richieste nelle quattro direzioni, affinché il dio (Wakan Tanka) gli inviasse un messaggio ovvero una visione.

Giorno e notte si guardava attorno, in modo da riconoscere il messaggero di Wakan Tanka, che poteva essere qualunque elemento della natura: un grande animale o un piccolo insetto, un temporale o la notte, la voce del vento o il grido dell’aquila.

Nel linguaggio psicologico, ogni immagine può essere oggetto concreto o realtà simbolica. A fare la differenza non è la natura intrinseca dell’oggetto, ma il vissuto del soggetto. E’ evidente che egli ha già visto numerose pietre, giorni, ombre, tassi, aquile e cavalli, ma uno di questi, in un determinato momento, entra nella sua esperienza in modo del tutto particolare e diviene una visione. In quel momento, cessa di essere semplicemente un oggetto e diventa simbolo.

Il portatore della visione, inviato da Wakan Tanka, conferisce al ricercatore le sue caratteristiche, i suoi poteri, i suoi insegnamenti, la sua sapienza: la statica solidità della Pietra o la tenebrosa riservatezza dell’Ombra, la luminosa chiarezza del Giorno o il dimesso riserbo del Tasso, l’uranica verticalità dell’Aquila o la pura energia del Cavallo imbizzarrito. Chi fa un’autentica esperienza simbolica non rimane tale quale era prima, ma “diventa” la sua visione: si identifica con le qualità e con l’essenza dell’immagine e, in questo senso, ne acquisisce il potere. Il simbolo plasma la sua identità. Così il ricercatore torna dalla montagna trasformato e spesso cambia anche il proprio nome.

L’esperienza che se ne fa è emotivamente incisiva e psicologicamente trasmutativa.

 

Nelle terapie immaginative moderne la convinzione che le immagini appartengano prevalentemente all’inconscio e che possiedano un valore simbolico è assai diffusa. Si fonda su questa concezione dell’immaginario la prassi dell’interpretazione, di cui l’interpretazione dei sogni costituisce il modello esemplare.

Come nelle antiche visioni rituali, le terapie immaginative sono poco inclini a spiegare le immagini e attribuiscono più importanza al fatto di viverle. Molte volte, anzi, l’esperienza visionaria chiede di essere agita concretamente, per poterne vivere pienamente l’intero spessore di realtà.

L’indiano Sioux, al termine dell’esperienza trasformativa, comunicava la sua visione a tutta la tribù e tutti venivano coinvolti in danze e rappresentazioni sceniche.

 

Per Jung, così, come per gli indiani Sioux, nel mundus imaginalis si proietta la soggettività dell’individuo, si cristallizza l’essenza del passato e si anticipa il disegno del loro futuro. In questo senso l’immaginazione attiva oltrepassa l’ambito clinico e diventa laboratorio assolutamente privato, in cui si assiste e si partecipa alla formazione dell’individualità e del suo progetto esistenziale.

L’analisi è pratica terapeutica, ma l’immaginazione attiva (e l’immaginazione umana!) è pratica esistenziale.

 

 

Dr Matteo Rizzo

Psicologo e Psicoterapeuta

     

 

 



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