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ARTEMIDE: DEA DELLA CACCIA E DELLA LUNA

 

Le sue seguaci e i poeti la chiamano la Selvaggia o la regina delle Selve. Il suo piacere consiste nel vagare attraverso i boschi e sui dirupi battuti dai venti. Ama gli animali che non sono stati soggiogati dall'uomo. Le sono propri i giochi dell'adolescenza e i casti pensieri degli adolescenti. È la Vergine Invincibile, fiera e bella. È pura e fredda, come la luce della luna che guida il cacciatore attraverso la foresta. La sua freccia è crudele, sicura e veloce. È la Dea della Natura incontaminata, dei corpi intatti, dei cuori liberi dalla passione.

André Bonnard, Les Dieux de la Grece

 

Il parto: un'occasione importante

Leto, la madre di Artemide, soffrì i dolori del parto per nove giorni prima di dare alla luce i suoi gemelli, Artemide e Apollo. Questa tortura le fu inflitta dalla gelosia di Era (la latina Giunone), per la quale era insopportabile che Leto dovesse dare alla luce dei bambini il cui padre era Zeus, il suo infedele sposo. Secondo la versione che del mito ci da Callimaco, Leto soffrì mentre partoriva Apollo, ma non soffrì mentre partoriva Artemide. Anche se figlia di una dea che aveva sofferto le peggiori pene a causa della maternità, Artemide nacque senza causare sofferenza alla madre. Essendo nata per prima, fu d'aiuto a Leto nel parto doloroso di Apollo. Per questo i custodi del destino fecero di Artemide la patrona delle nascite e le donne la imploravano per avere parti veloci e semplici. Con tutto ciò, possiamo capire che Artemide, come farebbe qualunque ragazza che avesse assistito a doglie terribili come quelle di Leto, si tenesse lontana dagli uomini e dal rischio di una gravidanza. Comprendiamo anche come, pur rimanendo vergine, Artemide, sapendo quanto aveva sofferto sua madre, si dedicasse ad alleviare il travaglio delle donne.

I miti connessi ad Artemide intrecciano costantemente le realtà della vita e della morte; non è soltanto la protettrice delle donne, ma anche la Dea che le uccide.

Sappiamo che nell'antica Grecia le ragazze si sposavano molto giovani, una circostanza, questa, che può spiegare l'alto tasso di mortalità in occasione del primo parto. Nonostante che il dare alla luce un figlio sia un evento gioioso e positivo, molte donne in stato di gravidanza provano una grande ansia, come se l'evento potesse annientarle, passar loro sopra o trascinarle via. Abbiamo visto come siano numerose le donne che, dopo la nascita del loro primo figlio, non sopravvivono più, se non come madri. Il «sé»,

l'identità verginale, la persona autonoma può anche morire. La maggior parte delle donne in stato di gravidanza corre questo rischio; in questi momenti di angoscia, si capisce come si possa confondere il dare la vita con il dare la morte.

 

L'adolescenza: l'età della timidezza sotto la protezione di Artemide

Da adolescente, Artemide si ribellò contro l'immagine della «brava ragazza»: non desiderava ne un vestito attraente, ne ninnoli, ne nessuna delle cose che si ritiene debbano far piacere ad una ragazza che sta acquistando consapevolezza della propria femminilità. Che cosa voleva, allora? La libertà! La libertà di scalare le montagne, nuotare nei fiumi, cavalcare, cacciare e gareggiare con i suoi levrieri. Oggi, la definiremmo una donna sportiva. O, dato che non riconosciamo più quanto sia naturale questa energia per le ragazze, la considereremmo un «maschiaccio», anche se è l'archetipo della ragazza non ancora orientata verso la femminilità di Afrodite. Tale femminilità, rivolta verso l'altro, sembrava, alla giovane Artemide, una seduzione che avrebbe potuto distoglierla da ciò che lei voleva veramente essere. Chiese, perciò, il favore a suo padre Zeus di non dover mai portare le gonne lunghe ed ingombranti delle donne, ne i loro fastidiosi ornamenti. Artemide preferiva la libertà di movimento consentito dalla tunica corta, appena sopra il ginocchio, e dei sandali solidi e bassi. Voleva, come suo fratello Apollo, una faretra piena di frecce, e non preziosi

gioielli. Un genitore o un insegnante può riconoscere facilmente questa disposizione d'animo in una ragazza, quando improvvisamente comincia a ribellarsi, come una puledra indomata, contro tutto ciò che appartiene alla cultura e alla femminilità ufficiale. Se Artemide avesse più spazio tra i nostri valori, sarebbe più facile, per le ragazze, esprimere e sviluppare la loro forza, piuttosto che impiegare tutte le loro risorse per apprendere, troppo presto, le sottigliezze di Afrodite o le responsabilità della maternità demetriana. L'Artemide greca proteggeva simbolicamente le fanciulle e i fanciulli, dall'età di nove anni, l'età in cui si smette di stare attaccati alle gonne della madre, fino all'età delle responsabilità adulte e sociali, e quindi anche del matrimonio, che allora, per le ragazze, avveniva già a quattordici anni. La notte prima del matrimonio, le ragazze consacravano la loro tunica e la loro giovinezza ad Artemide, come addio all'adolescenza e iniziazione alla loro vita di donne. Questo rito esprimeva anche il passaggio da Artemide ad Afrodite, l'inizio della vita sessuale e la scoperta delle sottigliezze del rapporto uomo-donna. Poiché si trattava di un passaggio tra due divinità che si escludono reciprocamente, la linea di demarcazione doveva essere molto netta, e il confine tra il territorio dell'una e quello dell'altra era segnato da un rituale. L'età di Artemide, chiamato «latenza» dai freudiani, metteva in effetti la sessualità in uno stato di sospensione. Artemide non chiede soltanto una tunica corta e libertà di movimento; desidera restare eternamente vergine. Questo simboleggia a meraviglia il desiderio di appartenere a se stessa. Un periodo così è necessario, un periodo di solitudine che segna la fine dell'attaccamento fisico alla madre prima dell'inizio della fusione sessuale. L'unica cosa che interessa ad Artemide, nel corpo di un bambino o di una bambina, è assicurarsi che sia un corpo sano, un corpo forte e diritto, il fondamento adeguato per un'adolescenza vigorosa. Artemide veniva invocata perché l'adolescente si sviluppasse forte e indipendente, ed era lei che si prestava a facilitare il distacco dall'infanzia. La capacità dell'adolescente di separarsi dalla famiglia e dalla casa, è spesso accompagnata dal rifiuto ad entrare nel mondo strutturato e ordinato del mondo esterno, perché questo significherebbe accettare, troppo presto, di essere imbrigliato. Artemide, che non ama che gli animali vengano tenuti a freno offre all'adolescenza lo spazio e il tempo per essere selvatici. La fuga nelle foreste di Artemide e la gioia di un corpo giovane, appena liberatesi dalle gonne della madre, ma non ancora ammesso nell'ordine adulto, rientrano sotto la protezione di questa dea. Questo periodo della vita si può veramente vedere come il più refrattario rispetto alla civiltà, all'educazione al ruolo di adulti responsabili. Inoltre, Artemide delimita la frontiera tra la città e il selvatico; dove comincia il territorio di Artemide, finisce la città. Questa dea assume perciò le funzioni simboliche di delimitazione dell'adolescenza, che si conclude al momento dell'iniziazione e dell'entrata nella società.

 

Artemide, che è bellissima, secondo alcuni almeno quanto Afrodite, santifica la solitudine, la vita primitiva e a contatto con la natura, vita alla quale tutti possiamo tornare, nel caso ritenessimo necessario appartenere soltanto a noi stessi. Amazzone e arciera infallibile, Artemide  garantisce la nostra resistenza ad un addomesticamento che potrebbe diventare completo, dunque alienante. È vero che la bellezza di Artemide non va a beneficio di nessuna unione riproduttiva, di nessuno sfruttamento riproduttivo, il mito la raffigura come una bellezza il cui scopo non è quello di essere esposto alla vista umana, come per indicare che la natura esiste per se stessa. I miti legati ad Artemide lasciano pensare che la si possa percepire, o che si possa udire la sua presenza, ma che è pericoloso violarla, anche solo con gli occhi.  La femminilità di Artemide è sigillata da un'inviolabile e indiscutibile verginità. Il maschio che voglia onorare Artemide deve capire che non potrà mai vederla ne possederla: c'è un nucleo centrale nei misteri del la natura inviolata e della femminilità che deve restare vergine.

 

Castità e solitudine:

Al contrario dei valori simbolizzati da Afrodite, che mettono in relazione e uniscono le creature l'una all'altra attraverso la sessualità, Artemide impersona una forza che ci spinge a ritirarci dai rapporti umani e a cercare altrove, nella solitudine, un altro tipo di realizzazione di noi stessi. Non si può essere fedeli contemporaneamente ad Artemide e ad Afrodite. Queste due divinità sono antitetiche e i loro culti si escludono reciprocamente. Se si è politeisti e si desidera conoscere entrambe, bisogna alternare questi due archetipi, perché la spiritualità di Artemide esclude l'unione afrodisiaca uomo-donna. Artemide si offenderebbe se parlassimo con entusiasmo «solo» dell'estasi afrodisiaca, perché lei non è meno divina nè meno necessaria di Afrodite. La religione greca assegnava un posto importante ad Afrodite e alla sessualità, ma l'attitudine politeistica riconosceva un valore anche alla vergine. Sia che parliamo di un monaco buddista, di un monaco cristiano o di Teresa di Avila, è chiaro che esiste una forma di spiritualità legata alla castità e all'ascetismo, e la vergine Artemide non è che un'espressione di quell’archetipo. Fra Artemide e Afrodite c'è una tensione estrema; si può proiettare questo stesso conflitto a livello storico e collettivo e si può interpretare il movimento che va dalla tendenza orgiastica al puritanesimo, e dal puritanesimo alla tendenza orgiastica come una battaglia tra i valori personificati da Afrodite e quelli personificati da Artemide. Così, certe fasi storiche sembrano voler eliminare Afrodite a vantaggio di Artemide, e viceversa, come se l'eccesso, l'inflazione di una polarità, Afrodite ad esempio, si potesse compensare con l'inflazione della polarità opposta - Artemide - e l'eccesso, invece che con la ricerca di un equilibrio.

Il tema della solitudine è importante anche in relazione alla salute mentale personale, perché sapere stare soli con se stessi è un prerequisito necessario alla presenza di un altro. L'esistenza di spazi e tempi di solitudine per l'individuo, influisce inoltre anche sulla qualità della vita di gruppo: il bisogno di appartarsi diventa tanto più pressante quanto la vita di gruppo (o familiare) diventa più intensa. L'energia di Artemide e la sua fiera indipendenza proteggono l'individuo da un'identificazione troppo assoluta con il gruppo, che indebolisce non solo la persona ma anche i suoi legami. Quando la vita sociale assorbe completamente le nostre energie, è tempo di penetrare nella profonda foresta di Artemide e lasciare che la natura sostituisca i rapporti umani. Mi sembra che ci sia un legame molto evidente tra una vita ricca nelle relazioni e il bisogno di un ritiro solitario in cui l'io non riceve nessuno stimolo. Alcune donne possono dare l'impressione di non sapere che cosa vogliono: contatti più profondi o una maggiore indipendenza? Più intensità in un rapporto o più spazio per se stesse? Questa apparente confusione si può spiegare con il legame che sussiste tra le due aspirazioni: un vero contatto implica anche momenti di completa solitudine e, viceversa, per provare la vera solitudine, bisogna stare in pace con coloro che sono veramente importanti per noi e lasciarli con serenità. La donna che appare la più confusa di tutte è spesso quella alla quale sono negati sia un contatto profondo con il marito e gli amici, sia la solitudine e il tempo per se stessa, perché essa è il sostegno dei figli. Poiché tutti i

figli tendono a trattare la madre come un bene domestico, la madre, per la maggior parte del tempo, si trova ad essere né veramente sola ne veramente dentro un rapporto profondo. Così, a volte sogna ardori afrodisiaci, oppure sogna di andarsene per conto suo e di seguire l'esempio di Artemide. La frustrazione del bisogno di solitudine, a causa di un eccesso di stimolo, può portare a reazioni depressive così come la frustrazione inversa. Il bisogno di solitudine è meno evidente in una società dove il contatto umano di solito non è vissuto con intensità; qui l'impulso gregario è più forte del desiderio di appartarsi. Proprio come sarebbe paradossale raccomandare il digiuno al malnutrito, così, parlando di solitudine, bisogna usare l'accortezza di distinguere tra la solitudine che viene scelta e desiderata da quella che è involontaria e vissuta dolorosamente come privazione e in nessun modo piacevole o creativa. L'isolamento degli anziani abbandonati in un ospizio, o l'isolamento sociale della ragazza madre, tagliata fuori da ogni vita sociale adulta, non porta in generale ne allacreatività ne alla meditazione, ma alla depressione. L'isolamento vissuto come vuoto è il contrario di quella solitudine che produce un'intensa vicinanza a se stessi.

 

 

 

Dr Matteo Rizzo

Psicologo e Psicoterapeuta

 

 

 

 

 



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